Come tutti gli italiani, ho vissuto
questa calda estate assistendo al festival
dell'indecenza della stampa nazionale, che non solo ha
preso ormai l'abitudine di raccontarci le vicende
erotiche del premier, dei suoi amici e anche dei suoi
nemici, ma che stupisce anche per la vacuità e la
superficialità della maggior parte dei temi dibattuti,
come i rapporti tra Berlusconi e il Vaticano, le
battaglie laiciste di Marino, il colore del fumo degli
aerei nel cielo di Tripoli, le file dei ritorni dalle
vacanze e i ritardi degli aerei, le esternazioni della
pattuglia leghista, sempre pronta a infilzare il nemico
di turno.
Tra i pochissimi articoli che hanno
richiamato la mia attenzione, debbo richiamare quello
di Joaquin Navarro-Valls, Salari e senso del lavoro,
apparso su "La Repubblica" del 30 agosto, che così
conclude: «In definitiva, quale che sia la funzione, il
livello e la tipologia di prestazione d'opera, una vera
riforma del lavoro non potrà restare valida nel tempo
se non proporrà un avvicinamento della legge alle
esigenze materiali e culturali delle persone, ossia ai
loro bisogni di libertà, alla loro generosità e alle
loro concrete occorrenze familiari».
Un articolo bello e concreto, che
ci ricorda che il diritto al lavoro e alla retribuzione
sono nella nostra Costituzione diritti della
personalità, non regolati solo dai rapporti di forza
contrattuali e che nel 1970 Luciano Lama aveva
addirittura proclamato che il lavoro è una variabile
indipendente del sistema economico. Cioè che la vita
degli uomini, che vivono in un paese, deve comunque
riservare alla retribuzione del lavoro una quota della
ricchezza prodotta adeguata alle loro esigenze vitali.
È talmente lontana quest'epoca e
talmente fuori posto l'articolo di Navarro-Valls che mi
sono sentito risucchiato nel tempo passato, quasi come
un dinosauro sopravvissuto. Chi parla oggi del lavoro,
dei disoccupati, degli oltre 350 morti per incidenti,
della disperazione solitaria di chi trascorre la
giornata aspettando il nulla? Cos'è il lavoro e come se
ne può parlare? Voglio cercare di ricordare ai giovani
le persone che ho visto lavorare e che sono rimaste
come emblemi del lavoro nella mia memoria.
Comincio da un contadino di Bronte
che lavorava in una proprietà di mio suocero, giù verso
il Simeto, alla quale era stato dato il nome simbolico
di "Barbaro". Mio suocero era uno sturziano di ferro,
fondatore della Dc e membro del Cnl, io un giovane
comunista, convinto che solo un'aspra lotta avrebbe
potuto sconfiggere lo strapotere dei padroni.
Eppure si riusciva ad andare
d'accordo e tutti i sabati partivamo per andare a vedere
cosa succedeva al "Barbaro". Ogni sabato don Vincenzo,
il contadino che viveva e lavorava lì, era orgoglioso
di mostrare lo spazio di terra necessario a impiantare
una pianticella di limone. Mi appassionava il racconto
di come don Vincenzo fosse riuscito a far saltare
croste di lava e a estirpare erbacce spinose. Cos'era
il lavoro in quel fazzoletto di terra sotto Bronte? Era
l'orgoglio di vincere una battaglia con la natura e di
trasformarla in terra feconda.
Un altro contadino è rimasto nella
mia memoria quando, durante le vacanze estive, lo vedevo
manovrare con la vanga l'acqua che scorreva per le
canalette fino alla terra coltivata dove germogliavano
le piante dell'orto. La forza e la nettezza del gesto
con cui rivoltava la terra per far passare l'acqua
erano uno spettacolo di suoni e colori. Cos'era il
lavoro? Era la bellezza di questo matrimonio di acqua e
terra che dava vita a nuove piante. I prodotti dell'orto poi venivano
venduti sul posto e don Puddu intascava le poche lire
come un trionfale riconoscimento della qualità della sua
roba.

Nella foto un dipinto di Giambecchina
Qualche anno dopo, già dirigente
del PCI, ho incontrato gli operai dell’Impa di Rendo.
Metalmeccanici, esperti di
componentistica. Andavo a parlare nell'ora della mensa,
spesso erano con me alcuni giovani sindacalisti. Si
discuteva del consiglio di fabbrica e dei rapporti con la
dirigenza aziendale, che tendeva a spostare i rapporti sul
terreno del paternalismo, si direbbe oggi del capitalismo
compassionevole. Questi operai difendevano la loro fabbrica
come un gioiello di modernità e si sentivano la parte
avanzata del grande movimento operaio italiano. Il lavoro
era espressione della loro abilità, del loro essere operai
qualificati e le loro tute blu il simbolo di uno status
riconosciuto e rispettato nel quartiere.
Adesso non c'è più niente, anche le
imprese più sofisticate stanno spostando le loro produzioni
e i famosi patti territoriali sono serviti soltanto a
qualche arricchimento personale.
Un'altra categoria che incontravo
spesso erano i manovali dei cantieri di Finocchiaro: quando
si faceva l'assemblea di fabbrica, questi contadini,
trapiantati violentemente in città dai processi di
urbanizzazione selvaggia, ritenevano di aver guadagnato un
gradino nella scala sociale e di essere anch’essi come i
metalmeccanici, il futuro operoso di una città in crescita.
Di quel periodo, quando gli edili a Catania erano
ottantamila, è rimasto soltanto lo squallore dei quartieri
periferici pieni di palazzi abusivi. La maggior parte delle
imprese, che ancora lavorano nell'edilizia, si è fatta furba
e dà i lavori in subappalto a padroncini che gestiscono
piccoli gruppi senza più la tutela del contratto con
l'impresa.
Nella segreteria provinciale, di cui
facevo parte, avevo come compagno un contadino, Quaceci,
che aveva fatto le lotte per la terra. Era un diamante di
onestà e amministrava le poche risorse per garantire
almeno gli stipendi ai funzionari. Fu il primo a mettermi
in guardia contro gli sconvolgimenti che stavano accadendo
nel mondo del lavoro. Le campagne si spopolavano, i
prodotti della nostra terra andavano fuori mercato.
Tanti mondi diversi,
ma per tutti il
lavoro non era soltanto una fonte di reddito familiare, ma
anche la condizione della propria dignità sociale, il segno
di un'appartenenza a un movimento che, come si diceva,
veniva da lontano e andava lontano.
Adesso il tempo si è fermato.
L'immobilità della rete globale ha spostato le produzioni
nei luoghi in cui non esiste tutela del lavoro, dove si
sfruttano i bambini e le donne, dove i salari bastano
soltanto a sfamarsi. L'Italia sta cessando di essere un
paese produttore e trasformatore di materie prime. È un
paese di ultraricchi egoisti, di speculatori abusivi, in
larga parte dominato da poteri mafiosi e destinato sempre
più a creare lavoro nero e precariato di massa. Nessuno dei
giovani riesce più a immaginare se stesso come protagonista
di un percorso lavorativo che lo porti a una maggiore
creatività e a uno sviluppo delle sue attitudini.
Una ragazza, che ho seguito per circa
dieci anni, che ha ottenuto un master di qualità, che
conosce l'inglese e che sa lavorare ai progetti informatici,
adesso è occupata in un call center per qualche centinaio di
euro al mese. Non ha la soddisfazione di avere un contratto
di lavoro perché ufficialmente è un lavoratore autonomo a
cui sono stati dati in affitto gli strumenti di lavoro.
Centinaia di ragazzi che hanno studiato con profitto, oltre
il livello della laurea, si dibattono nel precariato della
scuola fra l'umiliazione e la rabbia.
Nel dopoguerra il paese ebbe un grande
scatto di orgoglio e il piano del lavoro, proposto dalla
Cgl di Di Vittorio diventò un simbolo della proiezione del
paese verso il pieno impiego della manodopera esistente.
Oggi solo il portavoce di un Papa, che scrive su "La
Repubblica", ci ricorda che esiste una questione salariale
nazionale e che il salario è una dimensione che si intreccia
fortemente con il problema del senso della vita e con la
speranza per il futuro. Né le forze politiche, né il
sindacato hanno purtroppo la forza e l'intelligenza di
capire che, se il lavoro e l'occupazione giovanile non
vengono rimessi nell'ordine delle priorità assolute, la
crisi endemica distruggerà anche il senso morale e la
serietà degli stili di vita. Il lavoro deve essere una
variabile indipendente, non può essere considerato
un'appendice occasionale del processo produttivo. La
precarietà e la disoccupazione sono fattori di inquinamento
mentale che creano nel paese sfiducia e disamore,
indifferenza e cinismo. Il lavoro è la prima motivazione
che può spingere i giovani ad impegnarsi e sentirsi parte
di una comunità.
Solo un grande piano del lavoro, che riclassifichi tutti gli obiettivi
meramente quantitativi delle statistiche economiche,
indirizzando il paese verso la prospettiva di una nuova
produttività qualitativa, può ridare dignità al dibattito
politico, ai giornalisti, agli intellettuali e agli uomini
di Chiesa che ancora hanno a cuore le sorti della nostra
comunità nazionale. |