
03/02/2012 ore 16,30 – 20,30
POLITICHE EDUCATIVE: “SCUOLA E
FORMAZIONE”
A cura di Patrizia Lionti
Venerdì 3 febbraio, si
è svolta a Giarre la terza lezione della “Scuola di
democrazia”, in occasione della quale si è parlato di scuola
e formazione nell’ambito delle politiche educative. Hanno
approfondito il tema qualificati relatori quali il prof.
Pippo Vecchio, la prof.ssa Maria Tomarchio e la prof.ssa
Alfina Spinella.
La Prof. Alfina
Spinella, docente precario, ha introdotto la relazione,
sottolineando quanto oggi l’insegnamento sia terreno
difficile ed incerto al quale si accede attraverso un
percorso abilitante (SISSIS) che altro non è che un
prolungamento del percorso di studi. L’abilitazione vera e
propria si raggiunge, infatti, sul campo attraverso il
rapporto diretto con gli alunni e mediante
l’approfondimento. I sussidi tecnologici, che pure sono
importanti, certamente non possono sostituire il
preziosissimo apporto umano garantito da insegnanti
qualificati. Il modello teorico al quale la docente si
ispira dal punto di vista pedagogico è quello offerto dal
testo “Democrazia ed educazione” di John Dewey, per il quale
la democrazia è qualcosa di più che una forma di governo, è
piuttosto un modello di vita associata. Tale modello è
democratico quando ciascun individuo può comunicare e la
scuola è il veicolo fondamentale per trasmettere agli
allievi la democrazia. Le problematiche degli allievi si
devono incontrare con il percorso disciplinare mediante due
strategie: la metodologia didattica e la disponibilità
all’ascolto attivo. La docente ha sottoposto ad una quinta
classe di liceo scientifico un questionario aperto sul tema
della formazione. Alla domanda circa le possibili novità da
introdurre nella scuola, un alunno ha risposto di avvertire
l’esigenza di un controllo qualitativo maggiore e
dell’apertura della scuola anche nelle ore di tempo libero;
un altro ha suggerito di aumentare le attività
extracurriculari e lo sport ed un terzo ha dichiarato di non
essere propenso alla sesta ora, ma di essere favorevole
all’impiego di ore pomeridiane per svolgere attività
extracurriculari. Da ciò appare chiara la voglia di vivere
la scuola e di trasformarla in un vero e proprio ambiente di
vita. Attraverso ulteriori domande, è poi emersa l’esigenza
di introdurre ore per la trattazione di materie inerenti la
quotidianità ed il lavoro, eliminando, però, lo studio del
latino classico, dal che si evince come lo studio delle
lingue antiche, oggi, non interessi più come alle scorse
generazioni. Alla successiva domanda, relativa al senso
della formazione scolastica, si è risposto che essa risulta
determinate nel riuscire a diventare un cittadino critico ed
indipendente, in grado, domani, di incidere attivamente con
il proprio contributo sulla vita sociale. I docenti più
giovani partono, sicuramente, carichi di entusiasmo che,
però, viene via via smorzato da problematiche di varia
natura. L’insegnamento è un lavoro esposto ad una costante
usura psicofisica (ad esempio, si veda la sindrome da
burnout) e si assiste ad un frequente “disagio
mentale professionale”, come indicano studi effettuati
in Francia e Giappone nel 2007 che rilevano suicidi
frequenti nella classe docenti, riconducibili anche alle
insostenibili condizioni delle cosiddette “classi
pollaio” (sovraffollate). In Italia, il Consiglio di
Stato, con una sentenza del 2011, ha previsto un massimo di
venticinque allievi per classe. Va rilevato che le scuole di
Roma vantano il triste primato di quarantadue o
quarantasette allievi per classe, con conseguente
compromissione delle norme di igiene e sicurezza e della
qualità dell’insegnamento, dell’ascolto e dell’interscambio.
La situazione è ulteriormente aggravata dalla possibile
presenza di diversamente abili, ai quali la recente riforma
ha, peraltro, tolto il sostegno. Nella classe docente si
avverte, inoltre, un forte senso di sfiducia nei confronti
dei sindacati, con il proliferare di sigle sempre nuove che
si guerreggiano a vicenda, ed una marcata diffidenza nei
confronti della politica scolastica nazionale che sembra
vedere la scuola non come risorsa, ma come struttura
parassitaria della società, sulla quale risparmiare e
tagliare. In particolare, il nuovo piano scolastico prevede
l’innalzamento dell’obbligo scolastico a 17 anni,
l’elaborazione di un piano per il rilancio delle scuole del
Sud” ed un dimensionamento scolastico con la chiusura di
1300 scuole, il che, inevitabilmente influirebbe sul numero
di allievi nelle aule. Questo “continuo divenire”
della politica scolastica contribuisce al forte senso di
incertezza dei docenti. Da qui la necessità che si rifletta
seriamente sul senso del cambiamento.
Prosegue nella
trattazione la Prof.ssa Maria Tomarchio che mette in
luce come, per un pedagogista, si ponga il limite tra
formazione di per sé ed educazione. In ciò consiste il
problema mai risolto della pedagogia. Anche in seno a
quest’intervento è suggerito un testo di John Dewey,
“Esperienze di educazione”, per mettere a fuoco il tema
dell’educazione. Che differenze ci sono tra esperienza
educativa ed esperienza informativa? Due sono gli elementi
caratterizzanti l’educazione: 1. Il continuum
sperimentale, consistente in una esperienza che
sollecita esperienze ulteriori (ad esempio, lo studio di una
lingua che conduce allo studio di una cultura ed
all’approccio ad una diversa civiltà). 2. La
trasversalità dell’esperienza, (condivisibile) intesa
come processo graduale di condivisione dell’attività
educativa che non può trasmettersi dall’oggi all’indomani,
non potendosi applicare gesti di forza. Entrambi gli
elementi, dunque, necessitano di svilupparsi lungo una
dimensione di temporalità estesa. Occorre individuare, a tal
proposito, quale sia oggi il tempo dell’educazione. La
nostra società sta vivendo una “emergenza educativa”
(ad esempio, il bullismo) che richiede delle vere e proprie
“urgenze formative”. I nostri modelli di vita possono
evolversi verso modelli di democrazia. Utile, in tale
direzione, sollecitare il contributo attivo da parte degli
studenti nell’elaborazione di modelli e di progetti
educativi. Oggi la scuola sta cambiando in maniera sempre
più significativa ed occorre prendere coscienza della
necessità di adeguarsi al contesto storico che offre una
concorrenza incredibile di formazione e circolazione di
idee. Il modello finora usato per la scuola è stato quello
del “sistema formativo integrato” che si sviluppa in
tre sottosistemi: educazione formale (scuola), educazione
non formale (agenzie educative) ed educazione informale
(mercato dei consumi culturali). Oggi questo modello non è
più adeguato, in quanto da esso vengono fuori “soggetti
agiti” e non “agenti”. E’ possibile, infatti,
definire un percorso, ma non un processo che è interno a
ciascuno e marcatamente individuale. Si deve partire dai
soggetti e non più dalle agenzie formative. La scuola deve
realizzare l’importanza fondamentale che essa ha sul
territorio. In Sicilia si fanno molte esperienze formative
importantissime ed, in particolare, la Provincia di Catania
si distingue positivamente. E’ nato, ad esempio, il progetto
“Orti di pace” che promuove la coltivazione della
terra come pratica educativa. L’attività di semina persegue
sia risvolti scientifici che di intercultura tra le diverse
pratiche dei vari Paesi, l’educazione alimentare e la
legalità, attraverso la consapevolezza che riappropriarsi
del proprio territorio significa sviluppo. Proprio in tal
senso, un esempio riguardevole è costituito da un protocollo
d’intesa volto, ad Adrano, al recupero di un’area adibita a
discarica. Dal punto di vista pedagogico il cittadino
comprende che un territorio gli appartiene quando viene
messo nella condizione di contribuire alla scelta della sua
destinazione, perché così realizza che ciò può significare
un cambiamento nella vita del quartiere in cui vive ed in
tal modo la comunità assume consapevolezza e cura di se
stessa. Stupisce, in Sicilia, “il tempo dell’educazione”,
che l’ha vista pioniera ed inaspettatamente avanguardista.
Già nei primi del Novecento, infatti, grazie anche
certamente a ragioni climatiche favorevoli, erano previste
scuole all’aperto ispirate al modello inglese (non a caso
l’esperimento partì da Marsala). Purtroppo, però, ad oggi
non esiste un museo della didattica che contenga
testimonianze dell’evoluzione di queste risorse educative,
volto a favorire e custodire la trasmissione del sapere,
soprattutto in una realtà come la Sicilia che è stata
crocevia di culture diverse.
Conclude l’incontro
l’intervento del Prof. Vecchio che affronta la
delicata questione del controllo del lessico da usare quando
si affrontano tali temi. Innanzitutto, si pone il problema
della definizione del termine “educazione”. Essa va
distinta dalla “formazione”, oppure è opportuno far
coincidere le due aree? La risposta offerta dal linguaggio
normativo si ricava dall’art. 30 della nostra Costituzione,
che si riferisce distintamente ad educazione, istruzione e
mantenimento. Da ciò si evince che educazione ed istruzione
sono concetti diversi e separati, come suggeriscono anche i
successivi artt. 33 e 34, ove si parla specificamente solo
di istruzione. Con riguardo al modello formativo - cui si
accennava pocanzi - dei tre sistemi (formale, non formale ed
informale), occorre individuare come esso si inquadri nel
modello costituzionale, per comprendere come siano
distribuite al suo interno le responsabilità. Occorre, però,
tenere ben presente che la Costituzione Italiana è stata
scritta nel ‘46-’47, quando il sistema scolastico possedeva
caratteristiche alquanto diverse rispetto a quelle attuali.
Se la responsabilità è della famiglia, è chiaro che, in tale
formula, la famiglia possiede una forza dirompente rispetto
alle altre agenzie. Nella Costituzione, la funzione
educativa appartiene alla famiglia e quella formativa alla
famiglia ed alla scuola insieme, in un funzionante sistema
di complementarietà tra le due agenzie. Oggi si tende a
demandare alla scuola anche la funzione educativa e ciò ha
inevitabilmente condotto ad uno squilibrio dei rapporti, per
cui la famiglia ha delegato anche l’educazione alla scuola
che, però, non dispone a sua volta degli strumenti di
correzione necessari che non sono consentiti a chi istruisce
(si pensi al divieto di abuso degli strumenti di
correzione). Nel 2007, con il dilagare della crisi
patologica del bullismo, si è giunti al cosiddetto
“patto di corresponsabilità educativa” che oggi va
sottoscritto in tutte le scuole medie superiori ed è uno
strumento attraverso il quale la famiglia affida alla scuola
parte della sua funzione educativa, per quanto occorre
precisare che i poteri che le derivano sono pur sempre
limitati, in quanto tale patto si incardina comunque nel
sistema tradizionale di separazione. La famiglia, e non la
scuola, ha l’obbligo di porre in essere tutti gli strumenti
educativi necessari e l’istruzione è sì un’occasione nella
quale si fa anche educazione mediante lo scambio
relazionale, ma si tratta di un fatto non disciplinato
istituzionalmente. Nell’immaginare una scuola che educa in
proprio, si rischia di cadere nello “Stato etico”,
attribuendogli una funzione educativa che comporta
responsabilità che la Costituzione non formula in capo allo
Stato, tenendo distinto il piano della normatività sociale
da quello della normatività legale. Oggi l’art. 147 c.c.
dispone che i genitori sono obbligati all’educazione della
prole, non così nel previgente codice Rocco, ove invece si
faceva esplicito riferimento allo Stato etico. |