Favorire il dialogo culturale in tutte le sue forme tra i paesi della sponda Nord  e quelli della sponda Sud del Mediterraneo.
 
 
 
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Le finalità della Fondazione

 
La Fondazione si propone di agevolare il formarsi di una cultura dello sviluppo nelle regioni più deboli del paese con particolare riferimento alla regione Sicilia. In questo senso occorre creare azioni sinergiche tra le regioni meridionali finalizzate a realizzare in Sicilia efficienti politiche della formazione, nonché a favorire tutte le forme di partecipazione orientate ad una migliore tutela dei diritti. In questo contesto è importante favorire il dialogo culturale in tutte le sue forme tra i paesi della sponda Nord  e quelli della sponda Sud del Mediterraneo, individuando nella Sicilia il territorio ideale per ubicare iniziative culturali che facciano di essa un vero e proprio hub della conoscenza.
 

Gli impegni
     
 

Nel perseguimento dello scopo istituzionale, la fondazione si impegna a:

a) svolgere ricerche e corsi di formazione che mirino a diffondere la cultura della partecipazione consapevole;
b) promuovere attività editoriali limitatamente allo scopo istituzionale;
c) divulgare le proprie iniziative attraverso i mass media e la rete internet;
d) organizzare in Sicilia convegni e incontri a livello nazionale ed internazionale per facilitare il dialogo tra i popoli del mediterraneo;
e) svolgere indagini finalizzate alla migliore conoscenza delle condizioni di vita dei popoli della regione mediterranea;
f) supportare attraverso la documentazione e la ricerca le attività delle istituzioni impegnate negli ambiti in oggetto;
g) diventare membro di altre organizzazioni e stipulare convenzioni con altre istituzioni

 
     
 
 
   
   


 

03/02/2012 ore 16,30 – 20,30

POLITICHE EDUCATIVE:  “SCUOLA E FORMAZIONE”

 

A cura di Patrizia Lionti

Venerdì 3 febbraio, si è svolta a Giarre la terza lezione della “Scuola di democrazia”, in occasione della quale si è parlato di scuola e formazione nell’ambito delle politiche educative. Hanno approfondito il tema qualificati relatori quali il prof. Pippo Vecchio, la prof.ssa Maria Tomarchio e la prof.ssa Alfina Spinella.

La Prof. Alfina Spinella, docente precario, ha introdotto la relazione, sottolineando quanto oggi l’insegnamento sia terreno difficile ed incerto al quale si accede attraverso un percorso abilitante (SISSIS) che altro non è che un prolungamento del percorso di studi. L’abilitazione vera e propria si raggiunge, infatti, sul campo attraverso il rapporto diretto con gli alunni e mediante l’approfondimento. I sussidi tecnologici, che pure sono importanti, certamente non possono sostituire il preziosissimo apporto umano garantito da insegnanti qualificati. Il modello teorico al quale la docente si ispira dal punto di vista pedagogico è quello offerto dal testo “Democrazia ed educazione” di John Dewey, per il quale la democrazia è qualcosa di più che una forma di governo, è piuttosto un modello di vita associata. Tale modello è democratico quando ciascun individuo può comunicare e la scuola è il veicolo fondamentale per trasmettere agli allievi la democrazia. Le problematiche degli allievi si devono incontrare con il percorso disciplinare mediante due strategie: la metodologia didattica e la disponibilità all’ascolto attivo. La docente ha sottoposto ad una quinta classe di liceo scientifico un questionario aperto sul tema della formazione. Alla domanda circa le possibili novità da introdurre nella scuola, un alunno ha risposto di avvertire l’esigenza di un controllo qualitativo maggiore e dell’apertura della scuola anche nelle ore di tempo libero; un altro ha suggerito di aumentare le attività extracurriculari e lo sport ed un terzo ha dichiarato di non essere propenso alla sesta ora, ma di essere favorevole all’impiego di ore pomeridiane per svolgere attività extracurriculari. Da ciò appare chiara la voglia di vivere la scuola e di trasformarla in un vero e proprio ambiente di vita. Attraverso ulteriori domande, è poi emersa l’esigenza di introdurre ore per la trattazione di materie inerenti la quotidianità ed il lavoro, eliminando, però, lo studio del latino classico, dal che si evince come lo studio delle lingue antiche, oggi, non interessi più come alle scorse generazioni. Alla successiva domanda, relativa al senso della formazione scolastica, si è risposto che essa risulta determinate nel riuscire a diventare un cittadino critico ed indipendente, in grado, domani, di incidere attivamente con il proprio contributo sulla vita sociale. I docenti più giovani partono, sicuramente, carichi di entusiasmo che, però, viene via via smorzato da problematiche di varia natura. L’insegnamento è un lavoro esposto ad una costante usura psicofisica (ad esempio, si veda la sindrome da burnout) e si assiste ad un frequente “disagio mentale professionale”, come indicano studi effettuati in Francia e Giappone nel 2007 che rilevano suicidi frequenti nella classe docenti, riconducibili anche alle insostenibili condizioni delle cosiddette “classi pollaio” (sovraffollate). In Italia, il Consiglio di Stato, con una sentenza del 2011, ha previsto un massimo di venticinque allievi per classe. Va rilevato che le scuole di Roma vantano il triste primato di quarantadue o quarantasette allievi per classe, con conseguente compromissione delle norme di igiene e sicurezza e della qualità dell’insegnamento, dell’ascolto e dell’interscambio. La situazione è ulteriormente aggravata dalla possibile presenza di diversamente abili, ai quali la recente riforma ha, peraltro, tolto il sostegno. Nella classe docente si avverte, inoltre, un forte senso di sfiducia nei confronti dei sindacati, con il proliferare di sigle sempre nuove che si guerreggiano a vicenda, ed una marcata diffidenza nei confronti della politica scolastica nazionale che sembra vedere la scuola non come risorsa, ma come struttura parassitaria della società, sulla quale risparmiare e tagliare. In particolare, il nuovo piano scolastico prevede l’innalzamento dell’obbligo scolastico a 17 anni, l’elaborazione di un piano per il rilancio delle scuole del Sud” ed un dimensionamento scolastico con la chiusura di 1300 scuole, il che, inevitabilmente influirebbe sul numero di allievi nelle aule. Questo “continuo divenire” della politica scolastica contribuisce al forte senso di incertezza dei docenti. Da qui la necessità che si rifletta seriamente sul senso del cambiamento.

Prosegue nella trattazione la Prof.ssa Maria Tomarchio che mette in luce come, per un pedagogista, si ponga il limite tra formazione di per sé ed educazione. In ciò consiste il problema mai risolto della pedagogia. Anche in seno a quest’intervento è suggerito un testo di John Dewey, “Esperienze di educazione”, per mettere a fuoco il tema dell’educazione. Che differenze ci sono tra esperienza educativa ed esperienza informativa? Due sono gli elementi caratterizzanti l’educazione:  1. Il continuum sperimentale, consistente in una esperienza che sollecita esperienze ulteriori (ad esempio, lo studio di una lingua che conduce allo studio di una cultura ed all’approccio ad una diversa civiltà). 2. La trasversalità dell’esperienza, (condivisibile) intesa come processo graduale di condivisione dell’attività educativa che non può trasmettersi dall’oggi all’indomani, non potendosi applicare gesti di forza. Entrambi gli elementi, dunque, necessitano di svilupparsi lungo una dimensione di temporalità estesa. Occorre individuare, a tal proposito, quale sia oggi il tempo dell’educazione. La nostra società sta vivendo una “emergenza educativa” (ad esempio, il bullismo) che richiede delle vere e proprie “urgenze formative”. I nostri modelli di vita possono evolversi verso modelli di democrazia. Utile, in tale direzione, sollecitare il contributo attivo da parte degli studenti nell’elaborazione di modelli e di progetti educativi. Oggi la scuola sta cambiando in maniera sempre più significativa ed occorre prendere coscienza della necessità di adeguarsi al contesto storico che offre una concorrenza incredibile di formazione e circolazione di idee. Il modello finora usato per la scuola è stato quello del “sistema formativo integrato” che si sviluppa in tre sottosistemi: educazione formale (scuola), educazione non formale (agenzie educative) ed educazione informale (mercato dei consumi culturali). Oggi questo modello non è più adeguato, in quanto da esso vengono fuori  “soggetti agiti” e non “agenti”. E’ possibile, infatti, definire un percorso, ma non un processo che è interno a ciascuno e marcatamente individuale. Si deve partire dai soggetti e non più dalle agenzie formative. La scuola deve realizzare l’importanza fondamentale che essa ha sul territorio. In Sicilia si fanno molte esperienze formative importantissime ed, in particolare, la Provincia di Catania si distingue positivamente. E’ nato, ad esempio, il progetto “Orti di pace” che promuove la coltivazione della terra come pratica educativa. L’attività di semina persegue sia risvolti scientifici che di intercultura tra le diverse pratiche dei vari Paesi, l’educazione alimentare e la legalità, attraverso la consapevolezza che riappropriarsi del proprio territorio significa sviluppo. Proprio in tal senso, un esempio riguardevole è costituito da un protocollo d’intesa volto, ad Adrano, al recupero di un’area adibita a discarica. Dal punto di vista pedagogico il cittadino comprende che un territorio gli appartiene quando viene messo nella condizione di contribuire alla scelta della sua destinazione, perché così realizza che ciò può significare un cambiamento nella vita del quartiere in cui vive ed in tal modo la comunità assume consapevolezza e cura di se stessa. Stupisce, in Sicilia, “il tempo dell’educazione”, che l’ha vista pioniera ed inaspettatamente avanguardista. Già nei primi del Novecento, infatti, grazie anche certamente a ragioni climatiche favorevoli, erano previste scuole all’aperto ispirate al modello inglese (non a caso l’esperimento partì da Marsala). Purtroppo, però, ad oggi non esiste un museo della didattica che contenga testimonianze dell’evoluzione di queste risorse educative, volto a favorire e custodire la trasmissione del sapere, soprattutto in una realtà come la Sicilia che è stata crocevia di culture diverse.

Conclude l’incontro l’intervento del Prof. Vecchio che affronta la delicata questione del controllo del lessico da usare quando si affrontano tali temi. Innanzitutto, si pone il problema della definizione del termine “educazione”. Essa va distinta dalla “formazione”, oppure è opportuno far coincidere le due aree? La risposta offerta dal linguaggio normativo si ricava dall’art. 30 della nostra Costituzione, che si riferisce distintamente ad educazione, istruzione e mantenimento. Da ciò si evince che educazione ed istruzione sono concetti diversi e separati, come suggeriscono anche i successivi artt. 33 e 34, ove si parla specificamente solo di istruzione. Con riguardo al modello formativo - cui si accennava pocanzi - dei tre sistemi (formale, non formale ed informale), occorre individuare come esso si inquadri nel modello costituzionale, per comprendere come siano distribuite al suo interno le responsabilità. Occorre, però, tenere ben presente che la Costituzione Italiana è stata scritta nel ‘46-’47, quando il sistema scolastico possedeva caratteristiche alquanto diverse rispetto a quelle attuali. Se la responsabilità è della famiglia, è chiaro che, in tale formula, la famiglia possiede una forza dirompente rispetto alle altre agenzie. Nella Costituzione, la funzione educativa appartiene alla famiglia e quella formativa alla famiglia ed alla scuola insieme, in un funzionante sistema di complementarietà tra le due agenzie. Oggi si tende a demandare alla scuola anche la funzione educativa e ciò ha inevitabilmente condotto ad uno squilibrio dei rapporti, per cui la famiglia ha delegato anche l’educazione alla scuola che, però, non dispone a sua volta degli strumenti di correzione necessari che non sono consentiti a chi istruisce (si pensi al divieto di abuso degli strumenti di correzione). Nel 2007, con il dilagare della crisi patologica del bullismo, si è giunti al cosiddetto “patto di corresponsabilità educativa” che oggi va sottoscritto in tutte le scuole medie superiori ed è uno strumento attraverso il quale la famiglia affida alla scuola parte della sua funzione educativa, per quanto occorre precisare che i poteri che le derivano sono pur sempre limitati, in quanto tale patto si incardina comunque nel sistema tradizionale di separazione. La famiglia, e non la scuola, ha l’obbligo di porre in essere tutti gli strumenti educativi necessari e l’istruzione è sì un’occasione nella quale si fa anche educazione mediante lo scambio relazionale, ma si tratta di un fatto non disciplinato istituzionalmente. Nell’immaginare una scuola che educa in proprio, si rischia di cadere nello “Stato etico”, attribuendogli una funzione educativa che comporta responsabilità che la Costituzione non formula in capo allo Stato, tenendo distinto il piano della normatività sociale da quello della normatività legale. Oggi l’art. 147 c.c. dispone che i genitori sono obbligati all’educazione della prole, non così nel previgente codice Rocco, ove invece si faceva esplicito riferimento allo Stato etico.

 

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