Nelle
scorse settimane, per iniziativa della Fondazione Nuovo
Mezzogiorno, è stato inaugurato il primo corso della Scuola
della democrazia. Si tratta di una Scuola che tende a
promuovere una migliore conoscenza delle questioni che
attengono alle politiche pubbliche, con particolare
riferimento a temi di particolare attualità.
Quella organizzata dalla Fondazione non vuole essere una
scuola per quadri o amministratori organici ad un partito,
perché la Fondazione non ha un partito di riferimento; ma
anche per altre ragioni.
Le scuole di partito avevano un senso quando i partiti
assolvevano, in modo determinante, al compito di promuovere
la trasformazione sociale, e a tal fine preparavano i propri
quadri. Il partito dei giorni nostri, liquido o leggero che
lo si voglia definire, con poche strutture, con programmi
condivisi in buona parte con i partiti rivali ,non ha di
questi problemi. Ha problemi diversi, perché la sua
"leggerezza" spesso non consente una reale vita democratica.
Con riferimento poi agli amministratori e ai consulenti
designati dai partiti, le scuole di formazione dei partiti
hanno ancora meno senso, considerato che a poco vale
acquisire una buona cultura politica, se poi si è scelti in
base a criteri che mortificano le competenze.
Un tempo le " scuole politiche" erano frequentate
soprattutto da ragazzi che militavano nelle organizzazioni
giovanili di partito,e che entrando in un partito facevano
una scelta di vita. In questa ottica, le scuole costituivano
un' occasione per conoscere meglio una comunità politica, e
inserirsi più efficacemente all'interno di essa. Oggi,
quella dei partiti non è più una comunità vitale, dentro la
quale si creano legami profondi e duraturi, manca quel senso
di appartenenza che giustificava il desiderio di conoscere e
vivere fino in fondo la realtà organizzativa e culturale del
partito.
E allora, tenuto conto di ciò, perchè si fa una Scuola della
democrazia, che non è una scuola di partito?
Anzitutto, per vincere l'apatia democratica, per combattere
la naturale riluttanza dei giovani, ma anche dei meno
giovani, ad essere coinvolti in tutto ciò che ha a che fare
con la politica. L'obiettivo è quello di convincere chi
frequenta che vi può essere un' "altra politica", che si
occupa della vita delle persone normali, che dà grande
valore alle idee e al dialogo, che considera la diversità
come una ricchezza, che rifiuta l'inciviltà di un
bipolarismo muscolare che porta ad identificare il principio
maggioritario con la dittatura della maggioranza.
Una Scuola della democrazia potrebbe, quindi, divenire uno
strumento utile, ovviamente insieme a molti altri, per
rifare l'Italia, con lo stesso spirito di servizio di cui
hanno dato prova gli uomini che hanno sottoscritto il patto
costituzionale, sapendo pazientemente trovare un punto di
incontro tra diverse culture politiche, tra diverse idee di
futuro. Grazie a questo sforzo, si è potuto pacificare il
paese all'indomani di una guerra civile dagli altissimi
costi umani e di un pesante trattato di pace "subìto", e
mentre si annunciava una guerra fredda che avrebbe potuto
riaprire in Italia un'altra guerra tra fratelli.
Il miracolo della ritrovata unità nazionale fu prodotto in
buona misura da partiti che hanno saputo diffondere nel
paese,anche attraverso una straordinaria iniziativa
culturale, sentimenti come la lealtà verso la Costituzione,
la solidarietà verso chi sta peggio, l'amicizia verso gli
altri popoli, scoraggiando ogni rigurgito nazionalista o
addirittura razzista.
E' questo il patrimonio comune che una Scuola della
democrazia deve valorizzare, in un momento in cui i partiti
non sono in grado di assolvere ad alcuna funzione
pedagogica, perché hanno perduto molta della loro
rappresentatività, anche a causa della caduta di prestigio
dei leader.
Questi ultimi vent'anni hanno prodotto un analfabetismo di
ritorno di massa proprio per la verticale caduta di cultura
politica. Di fronte a ciò è giusto chiedersi: le nuove
generazioni dove devono attingere pensiero e passione, se
vivono in un deserto di ideali, e se non sono alle viste
"nuovi filosofi" e "nuovi eroi" capaci di promuovere una
rivoluzione culturale?
Non si può rimanere in attesa, un'attesa passiva, di un
intervento che venga dall'esterno, dall'emergere di uomini
della provvidenza che commissarino la politica, o da ricette
straniere da calare semplicisticamente nella nostra realtà.
Occorre una visione condivisa di futuro. E perchè ciò sia
possibile, bisogna affrontare una questione che sta a monte
di tutti i progetti di crescita possibili: che tipo di
società vogliamo?
Non è una domanda retorica, né essa sottintende nostalgie
verso i partiti ed il sistema politico del secolo scorso. Le
esperienze passate, infatti, non possono essere fatte
rivivere.E poi chi dovrebbe fare rivivere quelle esperienze,
e con quale autorità, se ci troviamo di fronte ad un ceto
politico sconfitto, dalla mente sempre più stanca, con un
prestigio ed una rappresentatività che hanno toccato i
livelli minimi?
Ha un senso,invece, evocare il passato, per volgere lo
sguardo verso una civiltà dei rapporti politici
ingiustamente e frettolosamente ritenuta relitto
inutilizzabile per affrontare i problemi del presente.
Viviamo ormai da anni in un clima avvelenato da
contrapposizioni e pregiudizi ancora più forti di quelli che
avevano caratterizzato l'Italia dei tempi della guerra
fredda. Gli schieramenti politici contrapposti si sono
delegittimati quotidianamente a vicenda, sul terreno della
moralità politica, e non solo politica.
Anche a causa di ciò il bipolarismo non è mai decollato, e
la politica di conseguenza si è come autosospesa.
L'alternanza, infatti, ha un senso se si accetta l'idea che
le cose sono buone o cattive non a secondo di chi le fa, ma
in sé. Su questo terreno le forze politiche dovrebbero
esprimere una convinta solidarietà al loro interno e nei
reciproci rapporti.
Il punto di riferimento di una nuova cultura politica, che
presuppone una capacità di ascolto da parte di tutti gli
attori politici, non può che essere la Costituzione.
Una Scuola della democrazia oggi deve, in primo
luogo,contribuire a contrastare un disegno di
decostituzionalizzazione che riguarda non solo il sistema
politico, ma anche il sistema dei rapporti tra potere e
società.
Nella stagione politica che viviamo, la stagione della
tregua, si può forse ritrovare la serenità necessaria per
ricostruire una dialettica sociale che faccia riferimento al
patto costituente, riabilitando i principi fondamentali su
cui esso si regge, a cominciare dall'equità. Le regole del
gioco possono influire sulla stabilità politica e sulla
rappresentatività delle assemblee elettive. E, però, senza
vincere le resistenze di tutti coloro che vogliono una
società organizzata per parti separate, che si mobilita
nelle piazze e nelle istituzioni a difesa di grandi e
piccoli privilegi, e che si rifiuta di ragionare sui diritti
degli esclusi, è difficile che la politica possa unire il
paese. Più che i partiti, di questa necessità va convinto il
paese, invitando coloro che resistono ad alzare lo sguardo
al di sopra del loro particulare.
Soprattutto i giovani sono interessati a questa prospettiva,
oggi più che mai convinti che i loro diritti non possono
essere degradati a favori.
La condizione perché, in un momento di crisi economica,
libertà e giustizia riescano a coniugarsi, è che
l'educazione politica possa diffondersi nel paese, in modo
tale da fare emergere un'idea largamente condivisa di
progresso sociale, che comporta sacrifici anche per molti,
ma mai diseguaglianze inaccettabili. E la più grave delle
diseguaglianze, come ci ammoniva don Milani, è fare parti
uguali tra diseguali.
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