Favorire il dialogo culturale in tutte le sue forme tra i paesi della sponda Nord  e quelli della sponda Sud del Mediterraneo.
 
 
 
 HOME  

Sommario articoli Chi siamo  Contatti Area soci  
 
 
 
Commissioni
 
 
 
 
 
 
 
CHI SIAMO
 Fondazione
Nuovo Mezzogiorno
 
 

Le finalità della Fondazione

 
La Fondazione si propone di agevolare il formarsi di una cultura dello sviluppo nelle regioni più deboli del paese con particolare riferimento alla regione Sicilia. In questo senso occorre creare azioni sinergiche tra le regioni meridionali finalizzate a realizzare in Sicilia efficienti politiche della formazione, nonché a favorire tutte le forme di partecipazione orientate ad una migliore tutela dei diritti. In questo contesto è importante favorire il dialogo culturale in tutte le sue forme tra i paesi della sponda Nord  e quelli della sponda Sud del Mediterraneo, individuando nella Sicilia il territorio ideale per ubicare iniziative culturali che facciano di essa un vero e proprio hub della conoscenza.
 

Gli impegni
     
 

Nel perseguimento dello scopo istituzionale, la fondazione si impegna a:

a) svolgere ricerche e corsi di formazione che mirino a diffondere la cultura della partecipazione consapevole;
b) promuovere attività editoriali limitatamente allo scopo istituzionale;
c) divulgare le proprie iniziative attraverso i mass media e la rete internet;
d) organizzare in Sicilia convegni e incontri a livello nazionale ed internazionale per facilitare il dialogo tra i popoli del mediterraneo;
e) svolgere indagini finalizzate alla migliore conoscenza delle condizioni di vita dei popoli della regione mediterranea;
f) supportare attraverso la documentazione e la ricerca le attività delle istituzioni impegnate negli ambiti in oggetto;
g) diventare membro di altre organizzazioni e stipulare convenzioni con altre istituzioni

 
     
 
 
   
   


 

20/01/2012 ORE 16,30 – 20,30

POLITICHE SANITARIE

 

A cura di Patrizia Lionti

 Venerdì 20 gennaio, si è svolta a Giarre la prima lezione della “Scuola di democrazia”, interessante iniziativa organizzata dalla Fondazione Nuovo Mezzogiorno. Si è parlato di Politiche Sanitarie, con il prezioso contributo di due tecnici d’eccellenza, quali il prof. Calogero Guccio e il dott. Salvo Calì.

Lo sviluppo essenzialmente dinamico della lezione ha consentito un proficuo confronto tra relatori e platea, sì da risultare duplicemente apprezzabile, sia per ciò che concerne l’aspetto formativo ed istruttivo che sotto il profilo relazionale e di scambio.

Ha introdotto il tema il prof. Guccio, ponendo il quesito : “Come conciliare crisi fiscale con welfare?” L’Europa parte da una generalizzata condizione di grande discriminazione sociale, cui è seguita una risposta differenziata dei vari Paesi. La necessità di un sistema di benessere sociale garantito nasce principalmente dalla spinta di gruppi sociali che rivendicano condizioni di vita o lavorative migliori. La risposta dei Paesi europei - si diceva - non è stata unitaria e ciascuno di essi si è dotato di sistemi di welfare profondamente diversi. Alcuni sistemi di diritto sono caratterizzati da un’universalità tale da garantire diritti a tutti i cittadini, senza discriminazione, “dalla culla alla tomba”, traducibili, ad esempio, nell’accesso a tutti al sistema d’istruzione, al sistema sanitario ed al sistema di previdenza sociale. Per ciò che concerne il sistema sanitario, l’Italia si è dotata di una Carta Costituzionale profondamente intrisa di tali diritti di cittadinanza, ma fino al 1978, e dunque prima dell'istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, il nostro sistema prevedeva che il diritto alla tutela della salute fosse correlato non all'essere cittadino ma all'essere lavoratore (o suo familiare). Il sistema sanitario italiano, infatti, era basato su numerosi enti mutualistici e ciascun ente era competente per una determinata categoria di lavoratori che, con i familiari a carico, erano obbligatoriamente iscritti allo stesso ed, in questo modo, fruivano dell'assicurazione sanitaria per provvedere alle cure mediche ed ospedaliere, finanziata con i contributi versati dagli stessi lavoratori e dai loro datori di lavoro. Pertanto, vi erano casi di mancata copertura, nonchè sperequazioni tra gli stessi assistiti, vista la disomogeneità delle prestazioni assicurate dalle varie casse mutue. La soppressione, negli anni ’70, del sistema mutualistico e l’istituzione del Servizio  Sanitario Nazionale, affiancato dalla costituzione di un sistema di tassazione universalistico, basato sulla dichiarazione del soggetto, hanno rappresentato il fattore motore della possibilità di avere indistintamente accesso ai diritti. Oggi, però, tale sistema di welfare è profondamente in crisi. Un primo motivo è legato alla crisi della società attuale, in quanto non sussistono più fattori universali di aggregazione compatta di rivendicazione. Prima, infatti, ci si aggregava per sostenere ragioni di lavoro, oggi invece, l’aggregazione si è spostata su altri versanti ed un fattore fortemente aggregativo, ad esempio, è rappresentato dall’età, come dimostra inequivocabilmente il veto ad ingerenze sulle pensioni imposto da una categoria compatta come quella dei pensionati. Ciò deriva dal fatto che maggiore è la dimensione del gruppo d’interesse (gli anziani rappresentano circa il 35% della popolazione italiana), tanto più incisiva sarà, proporzionalmente, la forza di quel segmento nell’indirizzare le politiche nazionali. Nel corso degli anni, l’Italia ha operato su diversi ambiti d’intervento, quali i bisogni temporanei (maternità, infortuni), quelli permanenti (pensionistici, assistenziali per disabilità) e la formazione. Le politiche attuate più incisivamente sono state quelle a sostegno prevalentemente dei bisogni permanenti. Grande merito va attribuito, indubbiamente, agli interventi dei primi Governi della fine dell’800, sul sistema di formazione primario per arginare il diffuso analfabetismo del tempo. Siamo, invece, arrivati tardi in altri ambiti, con un diritto universalistico sufficientemente soddisfacente  solo alla fine degli anni Settanta. Problematiche evidenti si delineano anche sul fronte dell’assistenza sociale, in quanto il sistema di “welfare di prossimità”, lasciato alla competenza delle comunità locali, ha condotto ad una geografia italiana del welfare nettamente disomogenea. Probabilmente, la causa di ciò va ricercata in una differente capacità aggregativa già riscontrabile nel Rinascimento, ove i Comuni costituirono nel Settentrione un importante luogo di aggregazione che, invece, nel Mezzogiorno non attecchì. A partire da allora cominciò a delinearsi quel netto divario tra Nord e Sud, riscontrabile tutt’oggi (ad esempio, Bologna copre il 37% dei posti per asili-nido, Reggio Calabria solo il 2%). Altro motivo di crisi è legato all’impennata della spesa pubblica a livelli insostenibili, con un deficit sempre più gravoso. Per uscire da tale condizione, la possibilità di aumentare la tassazione, a fronte di imposte già troppo elevate, è certamente impraticabile, per cui lo Stato dovrà necessariamente ridurre le spese. Oggi ci troviamo ad un bivio che pone l’Italia nella contingenza di dover superare tale situazione di deficit. Il migliore margine di intervento lo si potrebbe ottenere operando sulla crescita, in quanto, non trattandosi di qualcosa già esistente, delle cui risorse si siano saldamente appropriate precise categorie, un intervento politico di destinazione e distribuzione, risulterebbe, fuor di dubbio, più facilmente realizzabile, in quanto non soppressivo di diritti già acqisiti e consolidati. Altro ambito di intervento sarebbe il recupero dell’evasione fiscale permanente, ma operando in tale direzione, non va sottovalutato il cosiddetto “deserto economico ” del Mezzogiorno, caratterizzato da numerosissime imprese sommerse. A fronte di tali considerazioni, occorre operare, dunque, una revisione sistematica della spesa pubblica che sia di “fine tuning” , intervenendo con la precisione di un bisturi. La domanda che ci si pone è: “con minori risorse, sarà possibile comunque garantire i diritti sociali alle future generazioni?”.  Da qui, la necessità di operare scelte oculate.

Dove il welfare mostra con evidenza la sua fragilità è nel settore sanitario. In Italia, infatti, dalla metà degli anni Novanta, un quarto della spesa sanitaria è a carico delle famiglie e, considerato che chi spende per la sanità, è un soggetto gravato da problemi di salute, siamo di fronte ad una evidente infrazione dei principi basilari del welfare.

Il successivo intervento del dott. Calì, chiarisce che in Italia, nell’ambito della spesa di welfare, quella sanitaria non è tra le più alte (costituisce il 7% della spesa e raggiunge il 9%, sommando anche la sanità privata). Si tratta di una spesa marcatamente sbilanciata sui sistemi permanenti, dunque, paradossalmente, si spende di più per la previdenza che spende meno in sanità e di meno per la popolazione che nella sanità, invece, spende di più. Va detto, però, che il nostro sistema sanitario è, comunque, considerato tra i migliori, in quanto la fiscalità generale e l’universalità del sistema, garantiscono una buona risposta alle esigenze dei cittadini.

Nel corso degli ultimi anni, la tecnologia ha profondamente modificato il sistema sanitario. Si pensi che nel ’78 il numero dei posti letto era di 10 per 1000 abitanti, mentre oggi, il sistema sanitario offre una media di 3 posti letto per 1000 abitanti. Va precisato che, se da un lato, oggi c’è certamente una maggiore longevità che dovrebbe aumentare la richiesta di posti letto, è evidente che la medicina si è profondamente modificata ed evoluta, per cui i tempi di degenza sono stati minimizzati grazie allo sviluppo tecnologico, tant’è che molti interventi sono eseguiti in day hospital o a livello ambulatoriale. Anche la diagnosi, sempre più spesso, è resa in tempo reale. Nel 1992 è stato introdotto il sistema DRG (Diagnosis-related group) che permette di classificare tutti i pazienti dimessi da un ospedale, ricoverati sia in regime ordinario che in day hospital, in gruppi omogenei per assorbimento di risorse impegnate. Tale aspetto consente di quantificare economicamente l’assorbimento di risorse e, quindi, di remunerare ciascun episodio di ricovero. Finalità di tale sistema è quella di controllare e contenere la spesa sanitaria e di sfruttare al meglio la disponibilità dei posti letto, raggiungendo un livello di efficienza eccellente. La suddetta riduzione dei posti letto ha, inevitabilmente, condotto alla necessità di chiudere diversi presidi ospedalieri rivelatisi “inutili” anche perché le nuove  tecnologie hanno costi elevati e non possono, pertanto, essere allocate ovunque indiscriminatamente, a fronte della necessità di metterle in funzione a massimo regime per recuperarne gli ingenti costi.

Per realizzare tale riorganizzazione della rete ospedaliera, occorre procedere su cinque livelli:

1)      Emergenza. Se si desertifica il territorio, occorre potenziare i collegamenti viari ed i trasporti, dotandosi di un adeguato numero di ambulanze medicalizzate, con a bordo medici specializzati per stabilizzare il paziente. A tal proposito, va rilevato un grave deficit di medici specializzati nell’emergenza, cui si sta tentando di ovviare istituendo appositi master di formazione medica in tale ambito.

2)      Prevenzione. Si pensi alla prevenzione dei tumori ed al piano delle vaccinazioni, anche se in tale ultimo ambito, oggi, l’autonomia della quale godono le Regioni sta arrecando gravi disomogeneità territoriali, con la conseguente, dannosa, vanificazione di taluni importanti risultati ottenuti nella debellazione di svariate malattie.

3)      Cronicità. Occorre far fronte alla sempre maggiore domanda di pazienti cronici, sopperendo alla riduzione del numero dei presidi ospedalieri dislocati sul territorio, attraverso Pta, Rsa ed hospice.

4)      Cure primarie.

5)      Riabilitazione.

Altro fronte sul quale procedere nella riorganizzazione del sistema sanitario è l’opportunità, per determinati servizi, di prescindere dalla struttura ospedaliera in quanto tale e puntare sull’organizzazione del servizio, potenziando l’assistenza infermieristica a casa.

Nell’elaborazione concreta del piano di rimodulazione, la mediazione politica risulta essere estremamente importante per mantenere quel fondamentale contatto con la società e le sue esigenze che verrebbe meno se si procedesse con un approccio esclusivamente tecnico. A tal proposito, a fronte delle chiarissime delucidazioni fornite dal dott. Calì, va rilevato che, probabilmente, nelle diverse realtà territoriali, non sempre l’organigramma politico ha saputo dare risposte appropriate ed equilibrate.

Un altro aspetto sottolineato dal dott. Calì è quello relativo alla figura del medico di famiglia che, nel sistema di convenzioni del ’78, faceva una medicina cosiddetta “di attesa” basata, appunto, sull’attesa da parte del medico dell’evento che richiedeva il suo intervento. Oggi, con l’invecchiamento della popolazione, il medico di famiglia fa medicina “di iniziativa”, che si estrinseca attraverso lo sforzo lavorativo di un’offerta proattiva da parte del medico nei confronti della popolazione sanitaria. Risulta fortemente anacronistico il sistema di convenzioni dei medici di famiglia, tutt’ora in vigore, che è esterno al sistema dell’azienda ospedaliera. Occorrerebbe, a tal proposito, l’elaborazione di un sistema unitario di disciplina di tutti i medici.

A fronte della già esaminata questione relativa alla diminuzione del numero dei posti letto, dal momento in cui la domanda è nettamente superiore rispetto alla possibilità di offerta, occorre creare una organizzazione della domanda, che venga  selezionata sulla base della criticità, per poter rispondere con una seria e precisa organizzazione dell’offerta.

 

Home

Copyright © 2012 Fondazione NUOVO MEZZOGIORNO
È vietata la riproduzione, anche parziale e con qualsiasi media, di testi ed immagini, la cui proprietà intellettuale appartiene ai rispettivi autori.

 
 
 
 
Fondazione NUOVO MEZZOGIORNO - Favorire il dialogo culturale  tra i paesi della sponda Nord  e quelli della sponda Sud del Mediterraneo
 Copyright © 2012.
Tutti i diritti riservati
- E-mail: info@nuovomezzogiorno..it - Schermo 1024 x 768